Come eravamo, the way we were

Come Eravamo: Osini e Gairo Vecchio.
Dei ruderi, tra i colori dei mandorli e degli ulivi e l’imponenza dei tacchi a loro protezione.
Così si presentano due vecchi borghi dell’Ogliastra, arcigna terra che vaga tra le cale mozzafiato della costa orientale dell’isola fino al più impervio interno montuoso. Dal mare alla montagna, dal paradiso al … paradiso.

In un ipotetico quanto fantasioso percorso che andrebbe da Cala Goloritzè (Baunei) a Punta La Marmora (Arzana), ci si potrebbe tuffare nel passato tra Osini vecchio e Gairo Vecchia. Realmente parlando: lungo la mitica statale 125 (vecchia, quella con le curve), prima o poi, li trovi. Dal nuovo abitato di Osini, il vecchio borgo è sulla SP 11. Dall’abitato di Gairo Sant’Elena, percorrendo la SS128 si arriva a Gairo vecchio. Gairo e Osini “vecchie” sono accomunate da un destino crudele e beffardo.

 

Laddove la natura si è presa una battaglia rimane comunque un esempio di forza e tenacia umana di fronte alla sua immensità. Come eravamo: riavvolgiamo il nastro. Siamo alla fine dell’Ottocento e pare che la nostra isola fosse bersagliata da continue piogge torrenziali che da diversi anni facevano comparsa tra i periodi invernali e la primavera inoltrata.
Col passare del tempo la situazione andò complicandosi e oltre a ritrovarsi i raccolti rovinati e il parziale blocco dell’agricoltura, gli abitanti dei due borghi si trovarono a combattere contro le vicissitudini del maltempo per tutelare la propria incolumità. Le testimonianze parlano del movimento di abitanti che da Gairo e da Osini prese la decisione di trasferire i propri poderi altrove, già negli anni precedenti alle grandi alluvioni del 1951 – 53, date chiave, ahinoi, per i due paesi. Le condizioni rabbiose del meteo provocano l’ingrossamento di corsi d’acqua e canali, continui smottamenti e crolli. E’ la fuga generale: via, con (quasi) tutti gli averi e tutto ciò che fu possibile strappare al destino. Gli abitanti di Gairo si dividono in tre aree differenti. Le nuove costruzioni prendono piede alle pendici della collina del vecchio borgo, dove nascerà Gairo Sant’Elena. Altre due piccole aree vengono occupate: Gairo Taquisara (circa 300 anime) e Gairo Cardedu (attuale Cardedu). Stesso destino per Osini, i cui abitanti muovono compatti pochi chilometri più in alto, più vicini ad Ulassai, più vicini ai Tacchi, visti forse come protettori delle intemperie del tempo. Passeggiare attualmente in questi borghi, permette di respirare un’aria di pace, silenzio e memoria. Il tempo qui si è fermato al 1963, dieci anni dopo l’alluvione, dieci anni per la decisione finale di abbandono. È possibile carpire diverse particolarità dello stile delle costruzioni dell’epoca: abitazioni basse, talvolta con un piano rialzato, e con piccolo cortile esterno, tracce di facciate dipinte di rosso, strade strette in ciottolato ed estrema vicinanza ai campi, alle vigne e agli ulivi.
Passando da queste parti è inevitabile sorseggiare un bel calice di Cannonau. La viticoltura è praticata tantissimo anche a livello familiare e la sana competizione tra i piccoli produttori porta ad un eccellente risultato nella qualità del vino.

 

Rubrica: Come eravamo

Testi: Francesco Manca
Fotografie: ©yoursardiniaexperience
Fonti accessorie: web
Sitografia: sardegnaabbandonata.it / lamiasardegna.it /sardegnacultura.it
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