Unveiling Mamoiada’s local culture: the MaMu – Mamoiada Museums network

Sardinia is one of Italy’s major islands and is located in the middle of the Mediterranean Sea. Thanks to this position, it has been for centuries a crucial crossroads of people and traditions, which contributed shaping its own unique culture tourists can experience through wine and food, traditional costumes, jewellery, music and folk festivals. In addition, by means of their collections and workshops, even museums can help visitors having a deeper understanding of these features.

Despite the recent development of business sectors such as industry and tourism, Sardinia has a centuries-long rural tradition that is still strongly present in popular traditions and idiomatic expressions like “pani e casu e binu a rasu”* or “salludi e trigu e tappu de ottigu”*, good wishes for prosperity in one of the varieties of the local language.

One of the best museum networks that will give you a better insight into Sardinia’s rural life, from trades to traditions, is the MaMu – Mamoiada Museums network, which includes three museums: the Museum of the Mediterranean Masks, the Museum of Local Culture and Trades and the MATer – Museum of Archaeology and of the surrounding Territory.

Mamoiada is a small town in an area called Barbagia, at the heart of Sardinia, with a population of less than 3000 and is particularly renowned for its distinctive local masks, Mamuthones and Issohadores, and its red wine, named after the grape variety called Cannonau.

These masks and their performance recall ancestral rituals for the propitiation of a good harvest. While the Mamuthones wear wooden dark anthropomorphic masks, dark sheepskins and around 30kg of cowbells, Issohadores wear more colourful clothes, a white mask and use a lasso called soha, after which they are named. During their performance, the local red wine plays a key role, symbolizing one of the essential elements for life: blood.

At the Museum of the Mediterranean Masks you will learn that each part of these costumes has its specific significance and why the traditional carnival in Mamoiada and throughout the Barbagia area has a completely different atmosphere than the idea people usually have about carnival. You will also have the opportunity to compare Mamuthones and Issohadores to some traditional masks and costumes from other Mediterranean Countries, such as Greece and Slovenia, finding they share several elements, such as cowbells and animal skins.

The visit begins with an audio-visual taking you into the colours and sounds of carnival, when men become Mamuthones and Issohadores, and ritually perform a kind of dance throughout the town. Stepping into the following room, you will experience an immersion into the typical Barbagia carnival and the museum guide will disclose the meaning of all the elements making up the costumes and the ritual performed. These elements will keep recurring when visiting the Museum of Local Culture and Trades, where the guide will take you to a tour into Mamoiada’s culture, customs and traditions, starting with the birth of a baby, his or her adolescence, marriage and traditional trades, such as wooden mask carpenters, winemakers and ropemakers.

Though learning about the different education men and women received, you will feel a strong sense of community, a mutual help and the desire of sharing one’s available resources which are still alive in the local people.

After visiting these two museums, you might feel a step closer to the spirit of Mamoiada and its people; however, there is still something missing to get the whole picture: the relationship between people and their territory. This is exactly what the MATer – Museum of Archaeology and of the surrounding Territory represents: an interactive museum of Mamoiada’s collective memory where people themselves are the key elements to read the territory. All you have to do is…touch people passing by on a screen and listen to the story they will share with you.

This small, though effective museum network, managed by the Viseras Cooperative, has a thorough narrative, which enshrines the deepest features of Mamoiada’s culture. This is not just a group of museums displaying objects; this is the story of a town and its surroundings, unveiled by different points of view, breaking down those layers that together make up the culture of the territory and the essence of their people.

Ilenia Atzori | All right Reserved © 2017

* “pani e casu e binu a rasu” and “salludi e trigu e tappu de ottigu” respectively mean: “may you always have plenty of bread, cheese and glasses full of wine” and “may you always be healthy and have plenty of wheat and cork stoppers” [cork stoppers were valuable and not everyone could afford them when they first appeared]

Come Eravamo: Osini e Gairo Vecchio.
Dei ruderi, tra i colori dei mandorli e degli ulivi e l’imponenza dei tacchi a loro protezione.
Così si presentano due vecchi borghi dell’Ogliastra, arcigna terra che vaga tra le cale mozzafiato della costa orientale dell’isola fino al più impervio interno montuoso. Dal mare alla montagna, dal paradiso al … paradiso.

In un ipotetico quanto fantasioso percorso che andrebbe da Cala Goloritzè (Baunei) a Punta La Marmora (Arzana), ci si potrebbe tuffare nel passato tra Osini vecchio e Gairo Vecchia. Realmente parlando: lungo la mitica statale 125 (vecchia, quella con le curve), prima o poi, li trovi. Dal nuovo abitato di Osini, il vecchio borgo è sulla SP 11. Dall’abitato di Gairo Sant’Elena, percorrendo la SS128 si arriva a Gairo vecchio. Gairo e Osini “vecchie” sono accomunate da un destino crudele e beffardo.

 

Laddove la natura si è presa una battaglia rimane comunque un esempio di forza e tenacia umana di fronte alla sua immensità. Come eravamo: riavvolgiamo il nastro. Siamo alla fine dell’Ottocento e pare che la nostra isola fosse bersagliata da continue piogge torrenziali che da diversi anni facevano comparsa tra i periodi invernali e la primavera inoltrata.
Col passare del tempo la situazione andò complicandosi e oltre a ritrovarsi i raccolti rovinati e il parziale blocco dell’agricoltura, gli abitanti dei due borghi si trovarono a combattere contro le vicissitudini del maltempo per tutelare la propria incolumità. Le testimonianze parlano del movimento di abitanti che da Gairo e da Osini prese la decisione di trasferire i propri poderi altrove, già negli anni precedenti alle grandi alluvioni del 1951 – 53, date chiave, ahinoi, per i due paesi. Le condizioni rabbiose del meteo provocano l’ingrossamento di corsi d’acqua e canali, continui smottamenti e crolli. E’ la fuga generale: via, con (quasi) tutti gli averi e tutto ciò che fu possibile strappare al destino. Gli abitanti di Gairo si dividono in tre aree differenti. Le nuove costruzioni prendono piede alle pendici della collina del vecchio borgo, dove nascerà Gairo Sant’Elena. Altre due piccole aree vengono occupate: Gairo Taquisara (circa 300 anime) e Gairo Cardedu (attuale Cardedu). Stesso destino per Osini, i cui abitanti muovono compatti pochi chilometri più in alto, più vicini ad Ulassai, più vicini ai Tacchi, visti forse come protettori delle intemperie del tempo. Passeggiare attualmente in questi borghi, permette di respirare un’aria di pace, silenzio e memoria. Il tempo qui si è fermato al 1963, dieci anni dopo l’alluvione, dieci anni per la decisione finale di abbandono. È possibile carpire diverse particolarità dello stile delle costruzioni dell’epoca: abitazioni basse, talvolta con un piano rialzato, e con piccolo cortile esterno, tracce di facciate dipinte di rosso, strade strette in ciottolato ed estrema vicinanza ai campi, alle vigne e agli ulivi.
Passando da queste parti è inevitabile sorseggiare un bel calice di Cannonau. La viticoltura è praticata tantissimo anche a livello familiare e la sana competizione tra i piccoli produttori porta ad un eccellente risultato nella qualità del vino.

 

Rubrica: Come eravamo

Testi: Francesco Manca
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Pratobello
I ruderi che profumano di libertà.
Siamo in territorio di Fonni, al confine con Orgosolo.
Attraversando la strada provinciale numero 2 non si può fare a meno di notare uno sparuto gruppo di abitazioni divenute oramai ruderi.
Né la chiesa, né lo stile architettonico aiutano a inquadrare bene la situazione.
C’è un cartello nei pressi di un cancello d’ingresso al borgo, che riporta la scritta “Area smilitarizzata, limite valicabile”. Poi due murales, leggermente danneggiati dalle intemperie del tempo ma chiari da far presagire che qualcosa a Pratobello sia successo.
C’è una storia affascinante che lega Orgosolo e i movimenti popolari sardi del dopoguerra.
Ed ebbe luogo nel villaggio di cui parliamo.

 

Aprile 1969.
Tra le vie di Orgosolo inizia a spargersi la voce di una possibile occupazione delle aree al confine con Fonni da parte dell’esercito italiano per l’allestimento di un poligono di tiro. La povertà post bellica è ancora viva in paese, non tutte le famiglie potevano contare su una vita e un lavoro soddisfacente e, pertanto, l’allevamento del bestiame era l’unica vera fonte di lavoro. Forse una delle poche certezze per il futuro.

Qualsiasi avvenimento che minacciasse l’integrità del sistema agropastorale del tempo veniva vista di cattivo gusto.
In questa occasione la questione si complicò seriamente.
Venne presto data l’ufficialità: dal 19 giugno 1969, le truppe della Brigata Trieste avrebbero occupato l’area per realizzare un poligono di tiro. In poco tempo venne costruito un piccolo villaggio: case, chiesa, scuola e piazza; per i militari e per le loro famiglie.
In Sardegna, già dal 1956 vennero installati due grossi poligoni: Salto di Quirra e Capo Teulada. Pratobello sarebbe stato momentaneo, o forse no. Fatto sta che il circolo giovanile orgolese si fece promotore di un incontro pubblico in piazza Patteri a cui prese parte in massa la popolazione. Dall’assemblea ne scaturì la decisione di attuare una forma di protesta pacifica e non violenta contro l’esproprio delle terre dei pastori per favorire l’occupazione militare. L’assemblea del 7 giugno fu un chiaro avvertimento per le autorità militari. Circa tremila e cinquecento persone aderirono al progetto di protesta pacifica. Le cariche pubbliche, tra cui commissario prefettizio, Questura, Coldiretti, Cgil e vertici militari stessi provarono la via di un accordo che potesse accontentare tutti.
I due principali partiti di allora, Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano, si fecero portavoce della delicata questione al ministro della difesa Luigi Gui e al sottosegretario Francesco Cossiga.
La presa di posizione da parte dell’assemblea cittadina è chiara e laconica: il terreno di lotta dei pastori non è il Parlamento.
Dal 19 giugno ha inizio la prima delle sei giornate di Pratobello. Il convoglio di camion, motocarri e vetture di ogni genere parte dal paese e centra l’obiettivo di occupare l’area.
La polizia è accerchiata da circa 3000 persone che manifestano pacificamente.
Il 20 giugno la storia non cambia. La folla avanza fino alle tende dei militari e per il secondo giorno le operazioni sono sospese.
I due giorni successivi sono di tregua: l’attenzione verso ciò che accade aumenta e diversi politici e onorevoli si recano sul posto.
La notte tra il 22 e il 23 diventa la più critica. Le forze dell’ordine disperdono i manifestanti con una vera caccia all’uomo. Alcuni manifestanti vengono portati in questura a Nuoro e processati per direttissima. Nonostante ciò la folla orgolese occupa l’area e le esercitazioni non vengono eseguite. Il giorno successivo circa 400 manifestanti vengono tenuti sotto scacco, uno di loro venne arrestato nel mentre che Pratobello è oramai un caso politico.
Una delegazione di politici, pastori e contadini venne ricevuta a Roma.
Il 26 giugno, giornata chiave delle esercitazioni, la brigata Trieste si ritrova un’enorme folla all’interno del poligono.
Proprio nelle stesse ore venne ratificato un documento dove il ministro della difesa prende posizione dichiarato che il poligono è un allestimento temporaneo ed andrà avanti fino alla metà di agosto. Non vi sarà alcuna intenzione di rendere permanente la base operativa.
Terminano così le sei giornate di Pratobello. Giornate in cui la forza popolare mise in grave crisi il governo e le istituzioni militari.
Emilio Lussu, che seguì la vicenda in maniera appassionata scrisse: <<Quanto avviene a Pratobello contro pastorizia e agricoltura è provocazione colonialista, perciò mi sento solidale con pastori e contadini>>.

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Fonti: materiale privato, web.
Sitografia: sardiniapost.itsardegnaabbandonata.it

Kekko e Luca in località Sas Demelas
Kekko e Luca in località Sas Demelas

Cari amici, segnatevi questa data: il 5 giugno 2016 è un giorno speciale perché, direttamente dalla località Sas de Melas, luogo sacro fin dal periodo nuragico, abbiamo assaggiato il primo sorso della storia del nuovo #vino in bottiglia della Cantina Gungui. Un #cannonau 100% di autentica tradizione Mamoiadina che pullula di frutti di bosco e mostra con orgoglio quella compattezza granitica di questa nobile terra.

Luca Gungui e Kekko Manca sono amici dai tempi dell’università. Adesso sono due imprenditori, uno viticoltore e l’altro operatore turistico. Insieme hanno un progetto comune: lavorando in sinergia, intendono valorizzare le ricchezze del proprio territorio barbaricino, tramite diverse iniziative legate alla promozione del vino come attrattore turistico.

Seguiteli per vivere altre giornate come queste.

©Alessio Orrù 2016

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